Terre rare: la risorsa alla base di ogni prodotto tecnologico

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Cosa sono le terre rare

Le terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici con caratteristiche particolari, ovvero un magnetismo resistente ad alte temperature e nel fatto di essere superconduttori di energia. Il loro nome è tuttavia un termine improprio: almeno sedici dei diciassette elementi costituenti il gruppo non sono così scarsi come suggerisce il nome. Furono denominate “terre” poiché la maggior parte fu identificata durante il XVIII e il XIX secolo, quando c’era l’abitudine di dare questo nome ai minerali che non potevano essere modificati dalle fonti di calore. “Rare” perché in confronto con altre terre, quali la calce o la magnesia, erano relativamente meno abbondanti. In realtà questi elementi non sono limitati in termini di abbondanza crostale media, ma presentano una bassa concentrazione dei loro depositi (normalmente meno del 5% in peso).

Le difficoltà di estrazione e riciclo 

Ciò rende i costi di estrazione così alti da non essere economicamente giustificati, a meno che i costi della manodopera siano estremamente bassi o siano sostenuti da sussidi statali. Un ulteriore problema risiede nel fatto che le terre rare sono spesso legate ad elementi radioattivi. Producendo, quindi, una gran quantità di scorie come scarto di lavorazione. Gli elementi delle terre rare non si degradano e, perciò, potrebbero essere riutilizzati come materiale riciclabile, ma solo l’1% dei prodotti finiti viene riciclato. I progressi, però, possono essere fatti nel riciclaggio delle REEs contenute nei magneti, nelle lampade a LED, nelle batterie e nei catalizzatori. Tuttavia, al momento gli sforzi di riciclaggio sono minimi.

Le terre rare saranno il petrolio del futuro?

Le terre rare sono al momento di vitale importanza per una vasta gamma di settori, dal tecnologico al militare. Oggi è infatti quasi impossibile che un qualunque componente con un certo contenuto tecnologico non abbia tra i suoi costituenti una percentuale di terre rare, normalmente nell’ordine dello 0,1-5% in peso. Quantità che, sebbene minima, risulta fondamentale, poiché nessuna memoria per computer, fibra ottica o telefono cellulare funzionerebbe allo stesso modo, o sarebbe significativamente più pesante, se non contenesse tali elementi. Per questo motivo, alcuni azzardano a definire le terre rare come il petrolio del XXI secolo. Tale tesi è molto realistica se si pensa che gli apparecchi alimentati a batteria, in futuro, sono destinati a soppiantare gli attuali che impiegano idrocarburi.

Una disponibilità mondiale concentrata

Le riserve mondiali di terre rare sono stimate a 120 milioni di tonnellate e, seppure in diverse concentrazioni di ossidi, giacimenti si trovano in tutto il mondo. Nello specifico i maggiori giacimenti sono in Cina (37% cento), Brasile e Vietnam (18%) e Russia (15%). Bayan Obo, nella Mongolia Interna, regione della Cina settentrionale, è l’accumulo di terre rare più grande del mondo. Costituito da tre corpi minerari principali si estende in lunghezza per 18 km, Bayan Obo costituisce il 50% della produzione di terre rare cinesi, mentre l’intera regione, la Mongolia interna al 70-80%. Altri depositi più piccoli si trovano nelle province Shandong, Sichuan, Jiangxi e Guangdong.

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Cina, il fornitore globale di terre rare

La Cina iniziò a produrre notevoli quantità di ossidi di terre rare nei primi anni ’80 e diventò il principale produttore mondiale nei primi anni ’90. Negli anni successivi, il Paese rafforzò costantemente la sua presa sul mercato, vendendo gli ossidi ad un prezzo decisamente ridotto rispetto a quello dei concorrenti. Questa strategia spinse numerose altre miniere a interrompere le loro operazioni, lasciando il campo aperto a Pechino.  Il dominio cinese raggiunse il suo picco nel 2010, quando generò circa il 97% della produzione mondiale di terre rare. Quello stesso anno tuttavia il gigante asiatico annunciò la sua volontà di ridurre al 40% le quote di terre rare destinate alle esportazioni; i prezzi in pochi anni aumentarono del 500%, e le società minerarie americane, australiane, canadesi (e di molti altri paesi) iniziarono a valutare la riapertura di vecchi impianti, così come ad esplorare l’opzione di aprirne di nuovi.

La supremazia a tutto tondo cinese

Nel 2017 la Cina ha prodotto 105.000 tonnellate di terre rare pari all’81% della produzione mondiale, a cui si devono aggiungere le quantità prodotte clandestinamente stimate intorno alle circa 10-15.000 mila tonnellate. Gli altri due principali paesi produttori di terre rare sono l’Australia e la Russia rispettivamente con 20 mila e 3 mila tonnellate. Oltre ad essere il maggior produttore mondiale di materiali per terre rare, la Cina è anche il consumatore dominante. Il Giappone e gli Stati Uniti sono il secondo e il terzo consumatore di materiali per terre rare.

Gli scontri più recenti: Cina VS USA

Questi ossidi sono tornati sotto i riflettori internazionali da questa tarda primavera, con l’esacerbarsi della guerra commerciale in atto tra gli USA e la Cina. Dopo la messa al bando decisa dall’amministrazione americana contro la Huawei, la ritorsione cinese, invece, è stata silenziosa e dissimulata. In maniera molto indiretta infatti Pechino ha minacciato un embargo delle esportazioni di terre rare agli Stati Uniti: una misura che avrebbe un impatto pesantissimo sull’economia americana, che dipende quasi interamente da Pechino per l’approvvigionamento di questi ed altri materiali critici. La mossa ha immediatamente fatto abbassare i toni alle istituzioni americane, e nell’arco di poche ore si è passati da un ultimatum immediatamente operativo a un congelamento per tre mesi delle restrizioni verso il colosso del Dragone.

L’impatto di una nuova limitazione di terre rare

Se Pechino vietasse le esportazioni di terre rare, potrebbe paralizzare l’industria globale, in particolare le tecnologie emergenti. Tuttavia, la Cina non vuole necessariamente farlo, perché non vuole che l’Occidente sviluppi alternative. Questa non sarebbe infatti la prima volta che la Cina userebbe la sua posizione dominante nelle terre rare come leva geopolitica. Si ritiene che la limitazione all’esportazione del 2010 sia stata una mossa contro il Giappone, grande consumatore di questi materiali. Infatti la decisione è avvenuta mentre i due paesi stavano discutendo animatamente su alcune isole contese tra Tokyo e Pechino. L’embargo ha portato alla Cina alcune vittorie nel breve termine. Ma ha anche spinto altri paesi a rivedere e ridurre la dipendenza da materiali critici controllati da Pechino.

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Le mosse delle altre potenze mondiali 

Uno di questi sviluppi è stata la scoperta nel 2018 da parte del in Giappone di un’area dove sembra esistere una quantità di terre rare. Alle prime rilevazioni il giacimento potrebbe rispondere alla domanda globale del pianeta per tempi lunghissimi. Esso si trova su fondali marini in acque giapponesi, dove esisterebbero oltre 16 milioni di tonnellate di terre rare.  Una quantità davvero enorme rispetto la richiesta presente e quella che potrebbe essere la richiesta dei prossimi anni. Anche dietro all’interesse di Washington nella Groenlandia si nasconde una strategia mirata ad una minore dipendenza dalla Cina. Tra le risorse più importanti dell’isola vi è la gigantesca miniera di Kvanefjeld, uno dei più grandi giacimenti mondiali di uranio e terre rare. Grazie al riscaldamento globale e allo scioglimento del permafrost, essa sarà sfruttabile in futuro con minori difficoltà rispetto a quelle odierne. Il potenziale è di diventare il perno dell’industria tecnologica americana.

L’importanza di controllare l’infrastruttura reale del cyberspazio

È indubbio che l’infosfera sta ormai assumendo il ruolo di infrastruttura concettuale principale di ogni aspetto dell’esistenza umana privata e collettiva.  Ciò nondimeno le informazioni vengono conservate ed elaborate grazie a supporti fisici i quali hanno un ciclo di vita fisica che inizia in un momento produttivo, uno di gestione ed uno di smaltimento. Controllare una o più di queste fasi significa avere una discreta quota di diritto di parola nell’assemblea globale contemporanea. Tale peso strategico può essere giocato nel momento opportuno, a prescindere dal ruolo, dalla competitività o dal know-how di cui si dispone nei settori tecnologici che da tali materie prime dipendono. La forma di positivismo tecnologico che è andata diffondendosi negli ultimi decenni, che sembra suggerire che il baricentro del reale vada via via spostandosi verso il cyberspazio, relegando la lo spazio fisico a mero teatro passivo delle vicende politiche, non appare del tutto corretta.

Luca Sigot

About Luca Sigot

Luca Sigot | Unione Industriale Torino - Analista Ufficio Studi Economici. Dal 2014 mi occupo di indagini statistiche, macroeconomia, economia industriale e ricerca economica. Sono uno dei redattori di Insight, Piemonte Impresa e Emerging Markets, le pubblicazioni periodiche dell'Unione Industriale. Mi appassiona l'improvvisazione teatrale e la meditazione.

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