Il triangolo drammatico nel team aziendale

Cos’è il triangolo drammatico?

Una dinamica di triangolo drammatico si verifica quando R, S, G e V lavorano all’ufficio acquisti di una importante multinazionale piemontese e non mancano conflitti e le tensioni interne. Le liti si ripetono sempre uguali, con lo stesso schema di alleanze e accuse, ma soprattutto con i soliti ruoli. R rimprovera spesso S di essere poco collaborativo, di pensare solo al suo orticello e di non avere a cuore il successo del team. G interviene in difesa di S, dando spiegazioni e cercando di placare R, ma viene a sua volta accusato da R e G di intromettersi dove non richiesto. Irritato e frustrato si alza e lascia la riunione. V. si sente frustrato dalla situazione e comincia a comportarsi in modo ostile con tutto il team, oscillando tra l’aggressività e la voglia di “mettere a posto le cose”. A quanti non è mai capitato di ritrovarsi in una dinamica simile? Chi non ha mai avuto la tentazione di trincerarsi dietro il ruolo della vittima, impotente e innocente e per poi di colpo ritrovarsi rabbioso ad accusare un altro delle proprie difficoltà?

Un gioco psicologico incosapevole 

Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, lo chiama gioco psicologico. Lo definisce come “una serie di transazioni ulteriori ripetitive a cui fa seguito un colpo di scena con uno scambio di ruoli, un senso di confusione accompagnato da uno stato d’animo spiacevole come tornaconto finale, in termini di rinforzo di convinzioni negative su di sé, sugli altri, sul mondo”. Ogni qualvolta giochiamo dei “giochi” entriamo in uno di questi tre ruoli di copione: vittima, persecutore, salvatore. Tutti noi tendiamo ad affrontare la vita scegliendo di giocare da una posizione di forza. Non è sempre chiaro, a chi lo interpreta, quale sia il suo ruolo preferito: non è raro, ad esempio, che una persona che si sente vittima perseguiti in realtà chi gli sta attorno (e che quindi sia in realtà un persecutore).

Qual è l’emozione di fondo del triangolo drammatico?

Stephen Karpman nel 1968 ha ideato uno strumento semplice e potente per analizzare i giochi: il triangolo drammatico. In questo schema, ad ogni vertice della figura geometrica, corrisponde un ruolo: vittima, persecutore, salvatore. Ognuno di questi ruoli permette a chi lo gioca di soddisfare alcuni bisogni egoistici, di volta in volta mascherati dietro a comportamenti apparentemente di segno opposto, tutti legati da una unica emozione di fondo: il senso di colpa. I tre ruoli si alternano tra i personaggi e ogni ruolo è negativo perché si alimenta di debolezze, manipolazioni e svalutazioni. Da qualunque ruolo si inizi, si va inevitabilmente a finire in quello della vittima. Infatti il comportamento del salvatore o del carnefice crea dentro di noi paura sensi di colpa e inferiorità. Il che genera umiliazione, rabbia, e si sfocia nella vittima.

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Le armi del persecutore sono psicologiche

Il persecutore (schema “è tutta colpa tua!”) è controllante, critico, oppressivo e giudicante. Si sente superiore e bullizza la vittima. In questo modo evita i propri sentimenti e le proprie paure. Egli assume potere sugli altri attraverso la forza, la minaccia e l’aggressività. Usando l’intimidazione e l’inquisizione, gioca un gioco manipolativo che serve a creare una corte di persone sottomesse da dominare ed usare. L’aggressività non sempre è fisica, anzi spesso è verbale, morale e psicologica. Sarcasmo, critica, giudizi forti e taglienti, atteggiamento supponente, sono le sue armi. L’effetto che queste sortiscono è la confusione e la paura, in questo modo la vittima finisce per fare ciò che il persecutore gli ordina. Il persecutore nel momento in cui critica o diviene aggressivo, mette in atto proprio i comportamenti che rimprovera agli altri e dai quali dice di difendersi. Dietro un’immagine di forza e aggressività nasconde paura e debolezza.

Qual è la forza della vittima? 

La vittima (povero me!) è la persona che ottiene attenzione: sia persecutore sia salvatore si concentrano su di lei. Il ruolo di vittima permette di evitare l’assunzione di responsabilità e soddisfa il bisogno di dipendenza della persona; la vittima cerca un capro espiatorio da incolpare dei propri errori. I suoi sentimenti hanno a che fare con il sentirsi oppressa, accusata, senza speranza. Questa persona appare incapace di prendere decisioni, di risolvere problemi e trovare soluzioni. In realtà, la vittima non è sempre realmente vittima, ma agisce come tale; dietro un atteggiamento addolorato e debole nasconde una grande forza e una notevole attitudine manipolatoria. Non si lamenta e non a chiede direttamente. È in continua posizione d’attesa e di pretesa dagli altri. Rimane stupita e offesa quando gli altri non comprendono i suoi bisogni e i suoi desideri inespressi. La vittima è ipersensibile nell’interpretare gli avvenimenti come congiure della sorte contro di sé, come ingiustizie che “tutti” fanno nei suoi confronti. Da questa posizione di grande disagio psicologico passa facilmente al ruolo di persecutore attaccando e accusando persone e avvenimenti per mettere ordine di fronte a tanta ingiustizia.

Cosa motiva il salvatore?

Il salvatore (ti aiuto io!) accorre in aiuto della vittima quindi apparentemente si preoccupa dei bisogni altrui.  Aiuta la vittima e le permette di restare vittima, sollevandola da ogni responsabilità e allo stesso tempo consente al persecutore di continuare ad attaccare. Si aspetta dagli altri gratitudine e riconoscenza e il non riceverle, potrebbe trasformarlo in persecutore.  Accorrendo in aiuto della vittima si sentirà moralmente superiore  e allo stesso tempo sollevato dall’affrontare le proprie difficoltà. Nel giocare il ruolo del salvatore la persona trova un apparente momentaneo sollievo alla propria solitudine, al proprio isolamento creando l’illusione di vivere una relazione affettiva. Il salvatore esprime bontà e interesse, ma in realtà nasconde bisogni personali e solitudine. Si crea così il paradosso di un aiuto dato per il proprio bisogno, in cui l’aiuto non richiesto può essere colto come un’invasione, una prevaricazione soffocante. La paura di non valere, di non avere diritto ad esistere, di non essere riconosciuto scatena una rabbia focalizzata verso il proprio interlocutore: il salvatore finisce per assumere il ruolo del persecutore.

Col coaching è è possibile uscire dal triangolo drammatico

Non è facile interrompere questo tipo di relazione. Ognuno è inconsapevole di cosa sta accadendo, prova sensazioni molto sgradevoli ed è confuso dall’intercambiabilità dei ruoli.  In un contesto aziendale  è  importante favorire presa di coscienza e sviluppo di dinamiche alternative. Dove si gioca il triangolo drammatico i risultati non si raggiungono, i problemi non si risolvono e tutti sono insoddisfatti e vivono male. Un lavoro di coaching può essere utile per prendere coscienza di ciò che accade e esplorare nuovi schemi di comportamento. Se è vero, come sostiene il coaching ontologico, che esistono tante realtà quanti punti di osservazione, allora solo sviluppando una visione condivisa delle relazioni e dei modi di comunicare si potranno migliorare le performance del team.

Lidia Barberis

About Lidia Barberis

Lidia Barberis | Unione Industriale Torino - Executive e team Coach e analista Ufficio Studi Economici. Dopo una prima esperienza come giornalista, dal 2002 mi occupo di indagini statistiche, ricerca economica e redazione di alcune pubblicazioni periodiche come Insight, Piemonte Impresa e Dimensione Lavoro. Sono formatrice per Skillab e partecipo al progetto europeo Early Warning Europe in ambito coaching e formazione. Pratico ogni tipo di sport e volgo attività di soccorritore presso la Croce Verde Torino.

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