ISIS e catene di approvvigionamento globali

Infrastruttura logistica globale e rotte commerciali vulnerabili al rischio di sabotaggio terroristico e instabilità geopolitica

Dalla conquista territoriale al sabotaggio sistematico dei nodi logistici: l’Isis si è evoluto in un attore macroeconomico capace di paralizzare investimenti miliardari e alterare il costo delle materie prime. Comprendere questa nuova “geografia del rischio” è oggi un requisito essenziale per la resilienza delle supply chain e per interpretare l’impatto dell’Isis sulle catene di approvvigionamento globali, sempre più vulnerabili alla violenza strategica nelle aree instabili.

Isis e catene di approvvigionamento globali: perché il gruppo è più pericoloso per la stabilità economica rispetto ad al-Qaeda

L’Isis, che sta per Islamic State of Iraq and Siria (in arabo Dāʿish), venne proclamato califfato da Abu Bakr al-Baghdadi il 29 giugno 2014. Secondo lo storico Gerges, l’Isis rappresenta la terza ondata di jihadismo transazionale. La prima ondata è stata quella dei mujaheddin in Afghanistan contro i sovietici negli anni ’80. La seconda ondata si manifesta con Al-Qaeda di Bin Laden, concentrata sull’attacco al “nemico lontano” (gli USA). Al contrario, l’Isis, come terza ondata, è focalizzata sul “nemico vicino” (i regimi arabi) e sulla conquista e la gestione del territorio. L’Isis non vuole solo distruggere, ma vuole governare. Governare significa controllare le risorse, le tasse e le rotte commerciali.

L’evoluzione del jihadismo: dal terrorismo d’impatto ad alto valore simbolico di Al-Qaeda alla gestione parassitaria del territorio e delle risorse operata dall’ISIS

 

L’Isis è figlia del collasso dell’ordine statale in Iraq e Siria dopo l’invasione del 2003 e le rivolte del 2011. L’Isis fiorisce dove lo Stato è percepito come illegittimo o assente. Se lo Stato fallisce, l’Isis propone un’alternativa, riempiendo il vuoto lasciato dalla mancanza di un’autorità legittima. Di conseguenza, il rischio per il commercio globale non è passeggero. Finché non ci sarà uno Stato solido, l’Isis (o chi per esso) continuerà a minacciare i nodi logistici.

A questo scenario va aggiunta la professionalità militare perché l’Isis ha assorbito molti ex ufficiali dell’esercito di Saddam Hussein. Questa professionalizzazione ha reso l’Isis capace di operazioni militari convenzionali e di gestione burocratica. I membri dell’Isis fanno parte di un’organizzazione con competenze strategiche che sa esattamente come colpire o gestire un impianto petrolifero o un corridoio logistico. Comprendere questa nuova “geografia del rischio” è oggi un requisito essenziale per la resilienza delle supply chain e per comprendere l’impatto dell’Isis sulle catene di approvvigionamento globali.

L’Isis e l’infrastruttura delle risorse: la violenza strategica nelle rotte commerciali

Il successo di un’organizzazione o un movimento non dipende solo dal numero di seguaci, ma dalla capacità di trasformare risorse esterne in capacità operativa. L’Isis non “crea” rotte commerciali dal nulla, ma occupa infrastrutture già esistenti (strade, nodi logistici, mercati neri) lasciate scoperte dallo Stato. In questo senso, l’Isis agisce come una “Social Movement Organization” (SMO) che professionalizza il controllo di queste risorse per finanziare la propria causa. In pratica, l’Isis “mobilita” il sistema logistico abbandonato dallo Stato per alimentare le proprie finanze.

La caduta dell’ordine statale crea un’”opportunità politica”. Quando lo Stato fallisce nel fornire sicurezza e servizi, si apre uno spazio dove un movimento organizzato può inserirsi. E l’Isis occupa i vuoti di potere perché ha le risorse organizzative per farlo meglio di altri competitor locali. Infatti, il movimento organizzato si radica occupando il ruolo di “regolatore” del commercio (anche se illecito) in zone dove lo Stato è assente. L’occupazione di nodi commerciali non è solo un atto criminale, ma una strategia politica favorita dal collasso delle istituzioni centrali.

La violenza non è solo ideologica, ma serve a garantire il monopolio sulle risorse in una data area. Per l’Isis, la violenza nelle zone chiave (come le rotte del gas o del petrolio) non è solo fanatismo, ma uno strumento per scoraggiare i competitor e imporre il proprio monopolio. Nelle zone delle rotte commerciali la violenza viene usata per imporre tasse (o meglio, estorsioni) che diventano la risorsa finanziaria principale per l’espansione del gruppo. In sostanza, la violenza serve a escludere l’area dai controlli legali e a garantire che ogni flusso economico che passi da lì paghi un pedaggio al movimento. La minaccia terroristica è funzionale al controllo del mercato: senza violenza, l’Isis non potrebbe proteggere la sua principale fonte di reddito derivante dal transito di merci. Questo dimostra come l’Isis riesca a infiltrarsi nelle catene di approvvigionamento globali, trasformando infrastrutture economiche in fonti di finanziamento.

Dalla territorialità alla frammentazione: il sabotaggio delle catene di approvvigionamento

L’ISIS centrale (l’HUB) agisce come una sede centrale di una multinazionale. Non invia migliaia di soldati, ma invia quadri (consulenti esperti). Questi consulenti portano la conoscenza militare, le tecniche di comunicazione e l’autorità religiosa. Questo spiega come i gruppi locali preesistenti diventino improvvisamente molto più impattanti dopo l’affiliazione. Non cambiano gli uomini, ma cambiano la strategia e la tecnologia. Ad esempio, le province (Wilayat) ottengono una sorta di certificazione globale che facilita il reclutamento internazionale e l’accesso a canali di finanziamento occulti.

L’Isis ha adottato un cambio strategico. Controllare un territorio è troppo costoso e tale da rendere il gruppo un bersaglio facile per droni ed eserciti. Sabotare, invece, è economico ed efficiente. L’obiettivo è quello di creare una specie di “caos governato”: rendere la zona così insicura che nessuna azienda possa operare senza pagare il gruppo o subire attacchi. L’Isis non cerca di costruire uno Stato fisico perché questo lo renderebbe vulnerabile. Anzi, cerca di impedire lo Stato in tutti i modi. Non a caso, se lo Stato non può garantire la sicurezza e il lavoro, la popolazione locale rimane disperata e più incline a collaborare con chi, invece, riesce a permetterlo (l’Isis). Questa strategia rende l’organizzazione particolarmente efficace nel colpire infrastrutture economiche critiche e nel destabilizzare le catene di approvvigionamento globali.

La decentralizzazione trasforma l’Isis in un organismo acefalo: se si taglia la testa, ne rimango comunque altre dieci. Questa struttura permette una selezione naturale dei leader. Le province che funzionano meglio ricevono più attenzione e risorse dal centro, mentre quelle deboli possono scomparire senza trascinare con sé l’intera organizzazione. Il risultato è che l’uccisione del leader non è più sufficiente. L’organizzazione è diventata un’ideologia che può radicarsi in qualsiasi territorio dove ci sia instabilità e una rotta commerciale da sabotare.

Terre di nessuno e rotte del commercio: come l’Isis sfrutta il vuoto statale

Fin dal principio, fu proprio una rete di relazioni internazionali instauratesi a migliaia di miglia dal centro del mondo islamico a incentivare maggiormente il salafismo violento con decine di migliaia di combattenti allenati. Dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan, molti appartenenti al clero islamico, incoraggiati dai loro governi, dichiararono un obbligo religioso aiutare la “casa islamica in Afghanistan”. Quando i mujaheddin tornarono nei loro paesi nativi dopo aver “combattuto per l’Islam” in terre lontane, credevano che la loro prossima missione sarebbe stata instaurare il dominio islamico nella loro terra d’origine. Tuttavia, la guerra del salafismo jihadista ha fallito all’interno dei paesi islamici.

Il fallimento del “jihad within” (interno al mondo islamico) ha fatto però emergere il “jihad without” (nelle terre islamiche). Questo spiega il processo di territorializzazione del radicalismo: quando lo Stato centrale perde il controllo, queste zone non rimangono vuote, ma vengono occupate da milizie che impongono le proprie tasse e regole, rendendo imprevedibile il transito di merci e risorse.

La corruzione e la mancanza di investimenti nelle periferie (spesso zone dove passano gasdotti o rotte logistiche) hanno creato un risentimento sociale e profondo. Questo dimostra che l’instabilità non è solo un fattore religioso, ma il risultato di uno Stato che ha abbandonato interi territori, trasformandoli in aree grigie dove i commerci legali vengono sostituiti da economie di guerra o contrabbando.

L’ascesa dell’Isis ha simbolicamente (e fisicamente) abbattuto i confini definiti dopo la caduta dell’Impero Ottomano con gli accordi Sykes-Picot. La conseguenza diretta è stata la frammentazione delle rotte commerciali. In un mondo dove i confini nazionali svaniscono, le aziende perdono l’interlocutore statale certo e devono confrontarsi con una geografia del rischio fluida, dove il controllo del territorio è frammentato da decine di attori diversi.

IS-Mozambique: l’Isis e l’impatto sulle catene globali del GNL

La geografia del caos: le zone d’ombra dove il parassitismo economico delle milizie jihadiste parassita i flussi energetici e di materie prime globaliIn Mozambico la provincia di Capo Delgado è diventata l’epicentro degli attacchi strategici dell’IS Mozambique. Nel 2021 un attacco dell’Isis (noto localmente come al-Shabaab, ma affiliato a Is-Central Africa Province) alla città di Palma ha costretto TotalEnergies a dichiarare la “Forza maggiore”. Concretamente, TotalEnergies ha dovuto evacuare il personale e mettere il sito in stato di “ibernazione’”, bloccando l’erogazione dei finanziamenti internazionali e interrompendo ogni flusso economico verso lo Stato ospitante. TotalEnergies è a capo del progetto Mozambique LNG (Liquefied Natural Gas), con l’obiettivo di estrarre gas naturale dai giacimenti sottomarini per trasformarlo in liquido e caricarlo sulle navi gasiere. Questo sito rappresenta per l’Europa una fonte di diversificazione energetica vitale per ridurre la dipendenza dal gas russo.

La conseguenza di un solo attacco dell’Isis è stata che un investimento da 20 miliardi di dollari (uno dei più grandi in Africa) è rimasto congelato per anni. Anche se nel 2024/25 si parla di ripartenza, il report SACE sottolinea come il rischio di credito e il rischio politico rimangano elevatissimi a causa della resilienza delle cellule terroristiche. L’Isis non colpisce solo “persone”, ma anche asset strategici, il che si traduce in ritardi nei pagamenti, aumento dei costi assicurativi e interruzione della supply chain.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Europa ha cercato alternative al gas russo. Il Mozambico doveva essere uno dei principali fornitori. Ritardando l’export di GNL, l’Isis ha direttamente mantenuto alti i prezzi del gas in Europa, agendo come un attore macroeconomico ostile. Il terrorismo in Africa sub-sahariana non è un problema “lontano”, ma una variabile che indice direttamente sulla competitività delle industrie. Il caso mozambicano dimostra concretamente come l’Isis possa interrompere le catene di approvvigionamento globali dell’energia.

Mappa del rischio geopolitico in Africa: aree di influenza dell'ISIS e minaccia alle rotte dei giga-projects GNL in Mozambico e delle materie prime nel Sahel
Mappa del rischio geopolitico in Africa: aree di influenza dell’ISIS e minaccia alle rotte dei giga-projects GNL in Mozambico e delle materie prime nel Sahel

Sahel (Isis Wilayat): l’oro e le rotte delle materie prime

L’ISGS (Stato Islamico nel Grande Sahara) e l’ISWAP (Islamic State West Africa Province) si sono insediati strategicamente vicino ai siti di estrazione artigianale di oro nel “Liptako-Gourma” (la zona di confine tra Mali, Burkina Faso e Niger. L’Isis non estrae direttamente l’oro, ma impone una sorta di “protezione mafiosa” sulle miniere. Tassa i minatori, controlla le esportazioni verso Dubai (via Togo e Benin) e ne ricava milioni di dollari all’anno. Questo conferma la teoria della mobilitazione delle risorse: l’Isis occupa i vuoti lasciati dallo Stato per gestire flussi finanziari già esistenti.

Il Sahel è ricco di litio e altre terre rare. Le aziende occidentali che operano in queste aree, però, devono spendere fino al 25-30% dl budget operativo in sicurezza privata (scorte armate, fortificazioni). Il sovraprezzo si riflette lungo tutta la catena del valore, aumentando il costo finale delle materie prime necessarie per le batterie e le tecnologie verdi in Europa. Il terrorismo nel Sahel è un fattore inflattivo silenzioso che colpisce la manifattura europea.

L’Isis blocca o tassa i camion che trasportano attrezzature minerarie. Il sabotaggio delle strade, infatti, non serve solo a isolare l’area, ma costringe le aziende a negoziare o pagare “pedaggi” informali. Questo è l’esempio di come l’Isis agisce come un attore parastatale che altera la libera concorrenza e la stabilità dei mercati. Il controllo delle miniere artigianali mostra come l’Isis riesca a influenzare indirettamente le catene di approvvigionamento globali delle materie prime.

Isis e catene di approvvigionamento globali: oltre la difesa, la strategia del rischio

Asset energetico vulnerabile e protetto in un contesto costiero remoto in Africa (Mozambico GNL). L'immagine illustra il rischio di sabotaggio terroristico dell'ISIS e la resilienza delle supply chain globali
I terminali strategici come Cabo Delgado GNL: vulnerabili, ma protetti da vigilanza armata e fortificazioni, sono l’emblema della resilienza tecnologica e fisica nelle aree instabili

L’evoluzione dell’Isis da califfato territoriale a province che si occupano di sabotaggio segna la fine dell’epoca in cui il rischio geopolitico era un evento isolato e calcolabile. Oggi, per le aziende che operano sui mercati globali, la minaccia jihadista è una variabile che altera la struttura stessa dei costi di produzione e approvvigionamento. Se l’Isis riesce a trasformare un investimento da 20 miliardi in un asset congelato con un singolo attacco, o a imporre una tassa sulle terre rare del Sahel, significa che la geografia dei profitti coincide ormai con la geografia della stabilità.

Non si tratta più solo di proteggere i siti produttivi, ma di accettare che operare in queste “terre di nessuno” significa imparare a navigare in una geografia del rischio fluida. La resilienza delle catene di fornitura dipende dalla capacità di anticipare non solo dove l’Isis colpirà, ma quale flusso economico proverà a parassitare. La sicurezza delle rotte commerciali è diventata, a tutti gli effetti, un fattore di competitività non più delegabile. Comprendere il rapporto tra Isis e catene di approvvigionamento globali diventa quindi una priorità strategica non solo per la sicurezza internazionale, ma anche per la competitività industriale europea.

Questo post è stato redatto da Giulia Sturiale, studentessa del corso di laurea magistrale in Scienze Internazionali – Middle East and North Africa – presso l’università di Torino, nell’ambito di uno stage presso il Centro Studi dell’Unione Industriali Torino. Ecco come si presenta:

Sono Giulia Sturiale, studentessa di Scienze Internazionali, specializzata nell’area MENA (Medio Oriente e Nord Africa). Dopo la la laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere Moderne, dove ho avuto modo di studiare lingua e cultura araba, ho scelto di approfondire l’aspetto più politologico e dei rapporti internazionali che riguardano la regione.

I miei principali interessi di ricerca riguardano il ruolo degli attori non statali e delle organizzazioni paramilitari nel mantenere l’equilibrio precario nella regione inserendosi nei vuoti di potere creati dalle istituzioni. In particolare, mi interesso del rapporto tra questi attori, l’ordine giuridico vigente e il diritto musulmano tradizionale, nonché delle ripercussioni che interessano l’ambito internazionale, geopolitico ed economico. Nutro anche un forte interesse per l’ambito della Cooperazione Internazionale e della tutela dei diritti umani.

Durante questo stage ho avuto modo di interfacciarmi con la dimensione più prettamente economica e legata alle catene del valore globale, capendo quanto queste dimensioni si intreccino costantemente con l’ambito geopolitico e sociologico. In futuro, mi piacerebbe occuparmi di analisi del rischio geopolitico e sicurezza internazionale, contribuendo a monitorare l’impatto degli attori non statali sugli equilibri regionali e sulle rotte commerciali globali.

 

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