L’Africa e gli investimenti cinesi: cosa c’è da sapere?

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Investimenti cinesi in Africa: ultimi aggiornamenti (in pillole)

-La Repubblica Popolare Cinese ha finora investito in 52 paesi africani su 54. Tra questi Sud Africa, Repubblica Democratica del Congo, Angola, Zambia, Etiopia, Nigeria, Ghana, Algeria, Zimbabwe e Kenya sono i primi 10 paesi per quanto riguarda lo stock IDE cinese (ammontando al 63% del totale).

-Lo stock di IDE cinesi in Africa raggiunge i 47.35 miliardi di dollari nel 2019. Crescita significativa se comparata ai 210 milioni registrati nel 2000, anno di fondazione del FOCAC. Secondo le statistiche, il flusso IDE è cresciuto anche nell’ultimo periodo passando da 2.71 miliardi di dollari nel 2019 a 2.96 nel 2020; in controtendenza con altri andamenti post-Covid19.

Origine dei rapporti sino-africani.

L’interesse cinese per la regione africana è aumentato esponenzialmente nell’ultimo ventennio. Ciononostante ha origini ben più remote. Infatti, i primi contatti tra i due paesi risalgono alla Conferenza di Bandung del 1955.  In quel periodo la Cina ricercava nuove alleanze che la rafforzassero nella lotta per la supremazia contro URSS e Stati Uniti. Nonostante la longevità del rapporto, ciò che maggiormente interessa in questa sede è analizzarne gli ultimi sviluppi e il progetto politico-economico alla base.

I primi trent’anni: le varie fasi.

Al fine unico di inquadrare le vicende attuali, è utile un rapido excursus storico. Gli studiosi sono soliti scandire la relazione sino-africana in diverse fasi. Dopo il primo approccio degli anni ’50 durante il quale la RPC ha finanziato vari progetti di costruzione edilizia e supportato vari percorsi indipendentisti[1]; negli anni ’80 si apre una seconda fase, negativa, che consiste nel deterioramento del rapporto coincidente a una chiusura verso l’interno da parte cinese. In questo periodo, la governance cinese inizia a prendere le distanze dalla linea maoista (improntata alla collettivizzazione delle risorse) per passare ad approcci capitalistici (promossi come temporanei e necessari a raggiungere l’ideale regime comunista), che risulteranno determinanti nei successivi rapporti sino-africani.

[1] Sostegno morale ai movimenti indipendentisti che si rivela anche funzionale al bilanciamento della distribuzione di potere internazionale. La volontà cinese di supportare il “Terzo mondo” schiacciato dal colonialismo e il modello occidentale, si lega all’intenzionalità di promuovere un modello alternativo.

Gli anni ’90: la cooperazione ritrovata

Con gli anni ’90 la relazione s’intensifica nuovamente, mostrando un approccio “aggiornato” della controparte asiatica rispetto a quello di mezzo secolo prima: lo spettro d’azione si amplia e non si tratta più solamente di costruzioni bensì di commercio, investimenti, assistenza di vario genere (tecnologica, sanitaria, di sviluppo-infrastrutturale in particolare), trasferimento di competenze e formazione, e il coinvolgimento cinese diventa sia privato che pubblico.

Il nuovo millennio: potenziare la relazione

Il millennio apre a un’ultima fase di crescita pressoché continua e particolarmente rapida: negli ultimi vent’anni il volume totale degli scambi tra Cina e Africa è aumentato del 24.7%. Inoltre, come si può notare dal grafico sottostante, dal 2010 anche gli Investimenti Diretti Esteri (IDE) sono cresciuti con buona costanza. Il 2013 in particolare è un anno rappresentativo poiché segna il sorpasso cinese sugli US per gli investimenti in Africa. Inoltre, come sottolinea Hurst, sarà solo con il Beijing Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) che il mondo, e gli USA in particolare, si renderanno conto dell’ampiezza degli investimenti cinesi in Africa e della loro strategicità.

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Perché Pechino punta sull’Africa?

Le motivazioni che hanno spinto la RPC ad investire in Africa sono molteplici e facilmente individuabili.

Materie prime

Innanzitutto l’Africa dispone di quelle materie prime che mancano alla RPC, ma sono cruciali per supportarne l’esponenziale crescita economica. In particolare, quella del settore manifatturiero. Consideriamo che la Cina, negli ultimi trent’anni, è passata da essere un’estesa economia agricola al maggior importatore agricolo globale (per un totale di 133.1 miliardi di dollari nel 2019). Questo deriva dal fatto che non disponga più di eccessi di manodopera, che le costa il titolo di paese “low-cost” per il costo del lavoro.

Mercato

In secondo luogo, il mercato africano viene visto come particolarmente attraente dagli investitori cinesi sia per la sua estensione (avendo un mercato di consumatori in rapida crescita) che per la recente liberalizzazione.  La fresca apertura globale fa sì che nessun player straniero sia particolarmente forte perché consolidato. Questo affievolisce la competizione e facilita l’inserimento nel mercato. Da ultimo, il mercato africano risulta il target perfetto per le imprese cinesi, che solo di recente sono state coinvolte in un processo di privatizzazione.

In cosa investire?

Una caratteristica particolare degli investimenti cinesi in Africa è che una fetta molto consistente di questi è stata dedicata alle infrastrutture (passando da 500 milioni di dollari nel 2001 a 14 miliardi dieci anni dopo).

Perché le infrastrutture?

Molteplici le ragioni che spiegano tale preferenza. In primis, così come ribadito dal presidente Xi Jinping ma anche da World Finance, l’inadeguatezza delle infrastrutture africane è probabilmente la loro maggiore fragilità. Inoltre, il miglioramento del sistema infrastrutturale africano, oltre che un beneficio per i Paesi coinvolti, lo è anche per i partner commerciali. Essi si trovano a collaborare con organizzazioni più efficienti, il che ne aumenta i profitti.

L’alternativo modus operandi cinese.

L’approccio cinese è caratterizzato dalla reciprocità, e in questo differisce da quello occidentale. Il Nord del mondo ha principalmente rivolto i propri investimenti infrastrutturali ai progetti che ne avrebbero agevolato il mantenimento degli interessi (ad esempio i collegamenti ferroviari tra i luoghi di estrazione mineraria e le città portuali). Senza però guardare miglioramento generale delle condizioni locali. L’approccio cinese è invece onnicomprensivo e win-win: mette a disposizione dei partner lo stesso pacchetto di conoscenze che ha condotto la Cina al proprio sviluppo.  Inoltre, i paesi africani guadagnano investimenti in ingresso a tassi irrisori e pochissime condizioni,  e un sistema più efficiente.  Mentre Pechino si giova dello spillover positivo che il suo investimento comporta.   Così come sottolineato da alcuni studiosi, non è stata provata una correlazione effettiva tra IDE e crescita economica poiché l’effettivo beneficio che si trae dagli investimenti dipende dalla capacità di ottimizzarli del sistema economico domestico ricevente.

Non solo business

L’esclusiva forza economica del progetto cinese di investimenti in Africa non esaurisce in sé le spiegazioni ad un così forte interesse per la regione.

Il peer to peer che paga

Alcuni studiosi concordano sul fatto che la massiccia presenza cinese in Africa non sia malvista dai diretti interessati per due motivi. Il primo, pratico, riguarda i tangibili miglioramenti che gli investimenti cinesi apportano. Il secondo, concettuale, risiede nei valori condivisi dai due paesi. In breve, le azioni occidentali vengono spesso interpretate come ultimi tentativi colonizzatori. Si parla sì di aiuti allo sviluppo ma mai di un vero e proprio dialogo fra partner (persistendo invece una netta separazione tra i due attori). Al contrario, nonostante la Cina non sia più un paese emergente al livello degli Stati Africani, essa appartiene ancora ai c.d. Paesi de Sud del mondo: resta verosimile un dialogo tra pari, e Pechino non manca di ribadirlo.

L’istituzione di un forum per la cooperazione conferma la riuscita della strategia cinese. Sia a livello interno…

Guardando alle dichiarazioni del primo FOCAC appare chiara la sopracitata coesione, almeno ideologica, fra i partner. In queste si sottolinea l’esistenza di un sistema internazionale ingiusto, discriminatorio, che non promuove né la pace né lo sviluppo economico di tutti i Paesi ma solo un’accentuazione delle disparità. A fronte di ciò Cina e Africa s’impegnano nella cooperazione paritaria, pacifica, volta al reciproco vantaggio e votata alla non ingerenza negli affari interni.

…che esterno.

Grazie a queste dichiarazioni aumenta il soft power cinese e la sua credibilità in qualità di potenza globale (il  internamente rafforza anche il Partito). Il tutto dà credito al discorso cinese che critica il paradigma predominante, occidentale, il quale associa allo sviluppo economico quello democratico e viceversa. Pechino si spende da tempo per dimostrare l’infondatezza di questa correlazione. Lo fa portando il suo inconfutabile esempio, a supporto del principio di non ingerenza negli affari interni di un Paese: nella relazione commerciale vanno altresì abbandonati giudizi di merito a livello valoriale e politico.

La percezione africana

 A conferma di quanto è stato detto finora riscontriamo, in una serie di sondaggi riportati dal Pew Research Center , una percezione tendenzialmente positiva da parte dei paesi africani che si sono prestati alle ricerche. Soprattutto, come mostrato dal grafico sottostante, è da notare come la percentuale di gradimento sia più alta nei paesi africani rispetto al resto del mondo.

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Scendendo poi nello specifico degli argomenti qui trattati, è interessante vedere come anche la percezione degli investimenti cinesi nel proprio Paese sia positiva per gli intervistati africani, mostrando anche qui alte percentuali di gradimento.

Nella colonna di sinistra si fa invece riferimento alla percezione generale della crescita economica cinese, ancora una volta, gli Stati africani sono quelli che meno la giudicano negativamente (a conferma delle posizioni che definiscono la situazione sino-africana win-win, come precedentemente menzionato).

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Takeaways: cosa imparare dalla “lezione cinese”?

Infrastrutture per la reale crescita economico-sociale

Si è visto come la scelta di investire in progetti infrastrutturali finalizzati al miglioramento concreto delle condizioni dei Paesi emergenti sia effettivamente strategica e profittevole. Innanzitutto, per la parte ricevente si assiste a crescita e sviluppo economici e sociali. Per gli investitori, invece, si aprono prospettive di profitto di lungo periodo, date soprattutto dall’aumento di efficienza del partner e la “fidelizzazione” di questo.

Africa e Cina: l’uguaglianza paga

Anche la forza di un approccio paritario non è da sottovalutare, soprattutto con Paesi provenienti da tradizioni coloniali. Forse uno dei più grandi errori di Europa e Stati Uniti sta proprio nella loro attitudine neo-colonialista. Questa li lega a una certa “nostalgia del passato”, che non li incentiva ad innovare la relazione e anzi, rende i Paesi africani stessi più propositivi nei confronti della penetrazione cinese. Ovviamente, per un paese democratico un approccio come quello cinese non è accettabile. Tuttavia, ciò che si può imparare dalla c.d. “lezione cinese” è l’approccio onnicomprensivo. Esso non crede nelle singole azioni fini a loro stesse, bensì ne promuove la valutazione sistemica, finalizzata alla realizzazione di progetti di ampia scala e lunga visione.

Una breve postilla

La scelta di offrire una visione anche politica della questione non ha qui la pretesa di essere esaustiva, soprattutto perché non risulta questa la sede più adatta a farlo. Tuttavia, persiste una certa premura nel segnalare come l’esempio sino-africano qua trattato renda evidente e sempre più imprescindibile l’interdipendenza fra dinamiche politiche ed economiche; per cui una comprensione approfondita di entrambe è la chiave per il successo di tutti coloro che operano, investono, collaborano a livello internazionale.

Questo post è stato realizzato da Mara Carando, laureanda del corso di laurea magistrale in Scienze Internazionali dell’Università di Torino. Ecco come si presenta.

Dopo aver vissuto e studiato un anno a Shanghai, sono rientrata in Italia per dedicarmi alla mia carriera universitaria.  Laureata in Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani presso l’Università degli Studi di Padova; ora prossima alla laurea magistrale in China and Global Studies (Scienze Internazionali) all’Università di Torino, e frequentante un master relativo all’export management “TOAsiaExportTraining”.
Nutrendo una forte passione per economia e commercio , il tirocinio presso l’Unione Industriali è stato per me un’esperienza d’inestimabile valore. In particolare, l’ufficio studi economici mi ha dato modo di immergermi nel mondo dell’analisi di mercato e di vedere il grande lavoro che sta dietro al supporto alle aziende. Mettendomi poi io stessa alla prova, analizzando i Paesi emergenti.
In futuro aspiro a lavorare come export manager, con lo sguardo ben rivolto verso Cina e Sud Est Asiatico.  La mia speranza è quella di riuscire a contribuire concretamente all’innovazione del nostro sistema di relazioni e scambi economici, trasmettendo un valore per me fondamentale: la trasversalità.

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