Il protezionismo non conviene a nessuno

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Il presidente Trump ha dato concretezza alle minacce di protezionismo: uno dei cardini della sua campagna elettorale.  I dazi  sulle importazioni di acciaio e alluminio seguono di poche settimane quelli su lavatrici e pannelli solari. Sono due tasselli di un disegno strategico più complessivo improntato al mercantilismo e al nazionalismo economico, dove la politica commerciale  è uno strumento della politica di potenza delle nazioni e ha come obiettivo quello di  ottenere il massimo vantaggio per il proprio paese. I rapporti di forza (e non i vantaggi competitivi) tracciano le rotte degli scambi commerciali, in un processo continuo di negoziazioni bilaterali. Dalla logica win-win della globalizzazione, in cui tutti i partecipanti al gioco ottengono vantaggi in termini di maggiore efficienza e minori costi, si passa a quella del “gioco a somma zero”, in cui il vantaggio di un giocatore compensa la perdita di un altro. [Death by China]

Il protezionismo è uno dei cardini della politica di Trump. Ma è un protezionismo molto mirato, quasi ad personam. Il principale obiettivo da colpire è  la Cina: la maggiore potenza economica (e politica) mondiale insieme agli Stati Uniti. Dopo l’uscita di scena del chief economic advisor Gary Cohn, il più influente consigliere della Casa Bianca è diventato Peter Navarro, autore nel 2011 del libro “Death by China”, dove si sostiene che la Cina è un nemico che mira indebolire gli Stati Uniti per ottenere la supremazia globale.

Significativo dell’atteggiamento della Amministrazione americana verso la Cina è il caso della Qualcomm, uno dei maggiori produttori mondiali di semiconduttori. Il Presidente ha bloccato il takeover di Qualcomm da parte del gruppo di Singapore Broadcom (legato indirettamente a Huawei), sulla base di preoccupazioni di “sicurezza nazionale”. Il timore è che la Cina possa superare gli Stati Uniti nella tecnologia 5G, garantendo di fatto a Huawei la leadership nella corsa per sviluppare la prossima generazione di tecnologie wireless.

In passato, anche il Presidente Obama era intervenuto per bloccare l’acquisizione da parte di capitale cinese di Aixtron, una società tedesca con attività negli Stati Uniti. Tuttavia  la mossa di Trump è del tutto inusuale nel merito e nella forma, ai limiti dei suoi poteri costituzionali.  Nessun Presidente americano era mai intervenuto per impedire un takeover sulla base della sicurezza nazionale. L’intervento “a gamba tesa” del Presidente ha lasciato “sconcertati” gli industriali americani, come titolava  il 14 marzo un commento del Financial Times.

Protezionismo: una strategia fallimentare

Tentazioni protezionistiche affiorano periodicamente nella storia, solitamente quando un paese sta attraversando una grave crisi economica. Sembra allora che la strada più facilmente praticabile per “proteggere”  l’industria nazionale  dalla concorrenza straniera sia quella di chiudere le frontiere commerciali. I questo modo si difenderebbero occupazione e imprese,  aumentando la quota di produzione e reddito distribuito a soggetti nazionali.

Purtroppo le cose non vanno in questo modo. La storia ha ampiamente dimostrato che il protezionismo dà pochissimi benefici, illusori e transitori,  ma genera danni ben più gravi e duraturi. Indebolisce la struttura industriale del paese e alla fine riduce reddito e occupazione.

L’esempio della crisi del 1929

Nell’ottobre del 1929, dopo il crollo della Borsa, di fronte alla rapida crescita della disoccupazione agricola  il Presidente Herbert Hoover chiese al Congresso di aumentare le tariffe doganali sui prodotti agricoli e di ridurre quelle sui beni manufatti. Reed Smooth, un senatore dello Utah, e Willis Hawley, un rappresentante del congresso Usa, entrambi repubblicani, rilanciarono la proposta proponendo un aumento dei dazi doganali su oltre 900 prodotti di tutte le tipologie. Le tariffe  furono portate a livelli che non si vedevano da 100 anni.

L’opposizione di oltre 1.000 tra i maggiori economisti e di gran parte degli industriali (anche Henry Ford si recò alla Casa Bianca per argomentare le ragioni della sua contrarietà), lo scetticismo iniziale dello stesso Presidente Hoover (che definì il progetto di legge «perverso estorsivo e dannoso») non furono sufficienti. La proposta fu infine approvata dal Congresso.

Il risultato fu disastroso. I prezzi aumentarono, il potere d’acquisto precipitò. Entro il 1933, gli scambi commerciali tra Stati Uniti e resto del mondo si erano contratti del 60%. Ma soprattutto, in breve tutti i paesi adottarono tariffe per ritorsione,  scatenando  una guerra commerciale globale che esasperò il nazionalismo, accelerando la corsa verso la seconda guerra mondiale.

I rapporti tra Cina e Stati Uniti

Oggi la Cina è uno dei principali fornitori di merci degli Stati Uniti. Nel 2017 gli Stati Uniti hanno fatto registrare un deficit di  810 miliardi di dollari nello scambio di prodotti manufatti, a fronte di 1,551 trilioni di export e 2,361 trilioni di import. Includendo nel computo anche i servizi, la bilancia commerciale segna un deficit di 566 miliardi.

I cinque principali partner commerciali degli Stati Uniti sono  Cina (636 miliardi di scambi di manufatti), Canada (582 mld.), Messico (557 mld.), Giappone (204 mld.) e Germania (171 mld.). Il deficit di gran lunga maggiore è con la Cina (375 miliardi, pari a poco meno della metà del  deficit complessivo). Le importazioni americane dalla Cina sono state pari a 506 miliardi: in altre parole, più di un quinto delle importazioni americane proviene dalla Cina.

Tuttavia, una quota molto rilevante delle importazioni dalla Cina (si stima non meno della metà) è attribuibile a multinazionali americane: beni prodotti in Cina da imprese americane e destinati al mercato americano o componenti  made in China ma assemblati negli Stati Uniti.

Le catene di fornitura globali si oppongono al protezionismo  

Oggi il protezionismo si scontra con la struttura, assai più articolata che in passato, delle supply chain globali. Dal 1990 al 2016  il Pil mondiale è cresciuto di circa 3,3 volte (in termini reali). Gli scambi sono cresciuti di quasi sei volte. L stock di investimenti esteri di quasi 12 volte (sempre in termini reali).  Ciò significa che si sono moltiplicati e rafforzati i legami tra i paesi e tra le imprese: commerciali, finanziari, produttivi, tecnologici.

Secondo il World Investment Report dell’UNCTAD,  il rapporto tra stock di investimenti diretti (ovvero in impianti produttivi, non finanziari) e Pil degli Stati Uniti e degli altri paesi avanzati supera il 30%, mentre era appena del 10% nel 1990.

La Cina è uno dei principali investitori negli Stati Uniti

La contropartita dell’ingente disavanzo commerciale verso la Cina è il preminente ruolo di questo paese come investitore netto negli Stati Uniti, sia nell’economia reale (investimenti diretti) sia come finanziatore del deficit di bilancio. In effetti, la Cina è uno dei principali investitori  nell’economia americana. Secondo uno studio di Rhodium Group (il maggiore istituto di ricerca sulla Cina) nel 2016 gli investimenti produttivi cinesi negli USA sono aumentati di 46 miliardi, il triplo rispetto al 2015. Oggi ci sono negli Usa 3.200 imprese controllate da capitale cinese,  per un totale di 140.000 lavoratori occupati.

…e di gran lunga il principale creditore

Ancora più importante è il ruolo della Cina come investitore finanziario negli Stati Uniti. Secondo i dati ufficiali, la Cina detiene 1,8 trilioni di titoli americani, poco meno di un quinto dei 6,3 trilioni di dollari di titoli in mano a investitori esteri. La maggior parte degli asset sono in titoli con scadenza superiore a un anno, mentre 4,2 milioni sono in titoli a breve. Le riserve di valuta estera cinesi sono pari a 3.134 trilioni di dollari a febbraio 2018. Benché la composizione sia segreta, si stima che almeno il 70-75% di esse sia denominata in dollari (titoli, cash ecc.).

Una decisione da parte delle autorità cinesi di ridurre gli acquisti di titoli americani avrebbe inevitabili conseguenze sui mercati finanziari, ma non sarebbe indolore neppure per la Cina.

Il caso di acciaio e alluminio

Se il bersaglio (non dichiarato) è la Cina i dazi su acciaio e alluminio vanno in realtà  a colpire soprattutto altri paesi. Le importazioni americane infatti provengono soprattutto da Canada, Corea, Brasile e Messico. Dal Canada arriva quasi il 20% delle importazioni americane di acciaio; l’88% dell’acciaio esportato dal Canada è diretto negli Stati Uniti. Meno rilevante sarebbe l’impatto sulle importazioni dalla Cina (1,96 miliardi di dollari nel 2017), già colpite da controlli all’import e tariffe. I produttori cinesi hanno giudicato «irrilevante» l’effetto dei dazi americani sulle esportazioni. D’altra parte, Trump ha dichiarato che i paesi «amici» come Canada e Messico saranno temporaneamente esentati, in attesa di una più complessiva rinegoziazione del trattato Nafta che lega i tre paesi in un accordo di libero scambio. Principali “perdenti” sarebbero dunque Corea (1,1 miliardi di export di acciaio verso gli Stati Uniti) e Brasile (1,0 miliardi).

Le ricadute sull’Europa

Secondo un calcolo di Peterson Institute (altro importante think tank americano) se le tariffe fossero mantenute  l’Unione Europea potrebbe perdere 2,4 miliardi di dollari di export di acciaio e 0,2 miliardi di export di alluminio. Principale produttore europeo è la Germania (42 milioni di ton. nel 2016), seguita da Italia (23,4 mil.) e Francia (14,4 mil.). Le esportazioni italiane di acciaio verso gli USA ammontano a circa 500.000 ton/anno.

Le conseguenze del protezionismo per l’industria americana

Le tariffe sarebbero in grado di rilanciare la produzione americana? Bisogna fare alcuni distinguo. Gli impianti integrati (integrated mills) potrebbero trarne qualche vantaggio. US Steel (uno dei principali produttori americani di acciaio) ha annunciato la riapertura di una fornace in Illinois, chiusa nel novembre 2015.  Processo che comunque richiederà alcuni mesi. Viceversa, molte acciaierie importano da Canada, Brasile e Messico acciaio semilavorato che viene poi convertito in prodotti finiti soprattutto per l’industria automobilistica e le costruzioni. Questo tipo di acciaierie sarebbe pesantemente penalizzato dalle tariffe; NLMK, California Steel ecc. prevedono perdite occupazionali data la non sostenibilità delle produzioni.  Occorre poi considerare la tipologia e la qualità dell’acciaio: non tutti i settori utilizzano la stessa qualità di acciaio e non tutti i produttori producono una identica qualità di prodotto, o sono in grado di farlo.

Secondo le associazioni industriali, a fronte di 6,5 milioni di lavoratori  impiegati in industrie ad alto consumo di acciaio e alluminio, quelli che operano nel settore siderurgico sono circa 80.000.

Le tariffe di Bush non funzionarono

Secondo un ampio studio di Brookings Institution, la produttività  dell’industria siderurgica americana è stata molto bassa per oltre 30 anni, fino a quando il settore si è aperto alle importazioni (inizialmente soprattutto dal Brasile). Si stima che le tariffe introdotte da George W Bush nel 2002 siano costate circa 200.000 posti di lavoro. In sostanza sembrano esservi pochi dubbi sul fatto che le tariffe non avranno sull’industria siderurgica americana gli effetti sperati.

Verso un  futuro di guerre commerciali?

Si sta andando verso uno scenario di protezionismo e guerre commerciali? Forse un eccesso di catastrofismo è prematuro: è probabile che prevalga una linea meno estrema, la maggior parte dei paesi, in Europa come in Asia o altrove, è a favore del libero scambio e del multilateralismo. Mentre Trump erigeva barriere, Europa e Canda hanno firmato un accordo di libero scambio e lo stesso è avvenuto in Asia.

Ma il rischio non può essere escluso: la storia insegna che talvolta gli eventi subiscono accelerazioni che vanno al di là delle intenzioni di chi li aveva avviati. Lo scoppio della prima guerra mondiale ne è un ottimo esempio.

Evitare di alimentare una escalation di ritorsioni e minacce è compito delle forze favorevoli al rafforzamento di quel processo di integrazione e cooperazione che negli ultimi 50 anni ha accelerato la crescita del benessere economico e sociale.

About Luca Pignatelli

Luca Pignatelli | Da quasi trent'anni mi occupo di ricerca economica presso l'ufficio studi dell'unione industriale di torino. in particolare mi sono occupato di indagini statistiche, macroeconomia, economia industriale, speech writing; da alcuni anni coordino la redazione di pubblicazioni economiche per le imprese associate. I miei studi universitari e la mia esperienza di lavoro in Africa con UNDP mi hanno orientato verso le tematiche economiche e geopolitiche internazionali.

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